“È una COP sorprendente perché siamo arrivati a Sharm el-Sheikh senza capire quale fosse la direzione di questo negoziato e nessuno avrebbe mai sperato, al netto delle campagne della società civile e dell’attivismo sul tema delle perdite e dei danni, che la presidenza egiziana potesse agire con così tanta forza da tenere il tema all’ordine del giorno e mantenerlo fino alle ultime ore”, come diceva alla fine dei lavori Jacopo Bencini, capodelegazione dell’Italian climate network.
Infatti il presidente della COP27 e ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, ha sancito l’adozione del documento che pone le basi per la creazione di un fondo per le perdite e i danni subiti dai paesi più colpiti dalla crisi climatica: si tratta del fondo “loss and damage”. Una decisione che ufficializza il tema delle riparazioni come terzo pilastro della lotta contro la crisi climatica dopo mitigazione e adattamento, un risultato storico e tassello fondamentale di una battaglia trentennale per la giustizia climatica portata avanti da attivisti di tutto il mondo.
La ministra pakistana per il Clima ha dato un giudizio positivo sull’operato della presidenza egiziana che avrebbe così dato risposte al bisogno di assistenza da parte del paese asiatico che lo scorso agosto ha vissuto e subìto uno dei peggiori disastri della sua storia, con alluvioni e inondazioni rese estreme dal riscaldamento globale che hanno causato oltre 1’700 morti, con più di 20 milioni di persone che hanno avuto bisogno di aiuti umanitari e con danni stimati in oltre 30 miliardi di dollari.
Un dramma che ha sicuramente spinto i delegati del sud del mondo a unirsi compatti e far fronte comune per ottenere l’adozione di questo fondo alla COP27.
Ma un successo considerato parziale da molti paesi, in particolare del nord del mondo, secondo i quali non si sarebbe fatto abbastanza per prendere decisioni altrettanto importanti sul tema della mitigazione.
Vista la situazione di stallo, il Vice-presidente Timmermans sabato mattina, ha deciso di alzare la voce per rimarcare con una posizione condivisibile che, se non si fossero tagliate le emissioni, le strategie di adattamento e di risarcimento sarebbero diventate impossibili da gestire per l’aumentare della gravità dei danni
Infatti è noto che l’Unione Europea, il Regno Unito e altri stati avrebbero voluto inserire nel testo che il 2025 fosse considerato come anno in cui si sarebbe dovuto raggiungere il picco delle emissioni a livello globale, con un chiaro riferimento a un calo di tutti i combustibili fossili e non solo del carbone.
Una posizione condivisa anche dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, consapevole che con l’adozione del fondo per “loss and damage” si è scritta una pagina importante di storia dei negoziati sul clima, risultato mai raggiunto da nessun’altra COP: “Questa COP ha fatto passi importanti verso la giustizia (climatica, ndr). Non è chiaramente sufficiente, ma è un segnale politico necessario per ricostruire la fiducia” tra il nord e il sud del mondo e, soprattutto, dell’opinione pubblica verso il processo negoziale in sé.
Questa “COP africana” è stata certamente solo un tassello della storia delle conferenze sul clima che ha messo al centro le conseguenze e non le cause del riscaldamento globale, affrontando la necessità di adeguarsi a un clima che è già cambiato.
Tuttavia è la speranza che fosse il tassello necessario per riportare la conversazione su quel piano di equilibrio necessario per ridare fiducia a un processo che negli ultimi anni aveva perso di autorevolezza perché considerato inutile da larga parte dell’opinione pubblica.
Ma la verità è che, in fondo, questa COP ha ridato voce a miliardi di persone che in qualsiasi altro contesto internazionale non hanno mai avuto ancora alcuna possibilità di prendere parola. “Un allineamento cosmico – per concludere nuovamente con le parole di Bencini – in cui, per una volta, i paesi vulnerabili sono riusciti a coordinarsi senza farsi distrarre dalle promesse occidentali”.
Evitiamo di fare la fine di COP27 e impegniamoci a proteggere il futuro di tutti evitando di lasciare che siano solo altri, pochi, a proteggere il proprio presente.