LA CASA È UN DIRITTO?!

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C’è una Milano che non piace più!

C’è ancora tempo per un cambio di passo per l’inclusione e la giustizia sociale e ambientale?

Che una amministrazione comunale, con la sua giunta, decida di proporre pubblicamente la sua strategia di intervento sul tema caldissimo della casa è cosa buona, pare…

Nei giorni scorsi (20-22 marzo 2023) a Milano si è tenuto il “FORUM DELL’ABITARE”, sottotitolo dell’incontro “…per riportare il tema dell’abitare al centro dell’iniziativa pubblica. Un processo decisionale per orientare le politiche urbane degli anni futuri e da sottoporre al consiglio comunale”.

Un incipit ambizioso che pone all’ordine del giorno, per una discussione pubblica, una serie di emergenze: crisi dell’abitare, gentrification, il rappoprto tra settore pubblico, privati e imprese etc.

Nella Costituzione italiana il diritto all’abitazione è richiamato all’art. 47 e in ripetute sentenze della Consulta: “è doveroso da parte della collettività intera impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione” (n. 49/1987).

Quindi una questione anche culturale, oltre che politica, in una città metropolitana nella quale finora il Modello di sviluppo, siamo onesti, è stato lo sviluppo della cementificazione.

La passerella che ha visto una miriade di soggetti portatori di contenuti, esperienze e progetti è stata interessante, anche se un po’ bulimica: amministratori, cooperative, progettisti, urbanisti, associazioni di inquilini, soggetti di housing sociale e co-housing, operatori turistici, imprenditori, ecologisti etc. etc. In tre giorni una specie di “casa week” o “house week” come preferirebbe la Milano da bere 2.0, di quelle che piacciono tanto alla nostra giunta.

Alla fine, si è capito che tutto era poco più di una lista di bei “desiderata” ma, come si dice, tutti da concretizzare.L’ispirazione del necessario cambio di passo della nuova sindacatura Sala, ovvero “diseguaglianze e ambiente” come target, l’ha raccolta opportunamente (qualcuno dice opportunisticamente) l’assessore alla Casa Maran, fortemente voluto dal sindaco stesso, come il più “bravo” di tutti, in un ruolo determinante per il futuro di una Milano “accogliente e inclusiva”, che a dire la verità è sempre più lontana nell’orizzonte.

Terreno di confronto il documento di oltre 130 pagine intitolato “Una nuova strategia per la casa” messo a disposizione in apertura convegno, nel quale si forniscono dati molto interessanti, e anche molto preoccupanti, sul sistema dell’abitare milanese, impazzito da un paio di decenni a questa parte, drogato, da un lato, dal mercato immobiliare (eterno borderline dentro la sua stessa bolla) e, dall’altra, dall’incremento, post Expo, del vorace diffondersi degli affitti brevi (non solo B&B).

Da questo documento emerge chiaramente il tramonto epocale del Modello Milano così come venduto, un po’ provincialmente, in tutta Italia e in Europa (soprattuto nell’ambito delle città del C40, quelle virtuose sul tema della transizione ecologica).

Emerge senza dubbio quello che non è stato fatto né dalle amministrazioni milanesi ma neppure da quelle regionali e peggio ancora statali. Come se la casa fosse una necessità secondaria rispetto a quella ben più importante di produrre e consumare in un ambiente urbano sempre più caro e nevrotico.


CASA PUBBLICA VO’ CERCANDO

Negli ultimi 40 anni non solo a Milano non è stato fatto molto per la costruzione di nuove case popolari in “edilizia pubblica” ma proprio nulla per tutto quello che va alla voce “casa per i lavoratori”.

Soprattutto non è stato fatto nulla per pensare strategicamente alla città del futuro, una città diversa da quella che produce diseguaglianze sociali e conflitto in tutto il mondo.

Il diritto alla casa, oltre che al lavoro e alla sopravvivenza alimentare è da mettere al primo posto.

Nulla, complice la legge urbanista regionale, è stato fatto per contenere e indirizzare in qualche modo il mercato immobiliare più pazzo e ipnotico del mondo.

I piani di governo del territorio sono uno strumento debole, che non riesce a indirizzare lo sviluppo delle città. Piani che hanno subito, in minore o maggiore misura, gli appetiti dei privati.

Questo accade non solo nei piccoli comuni, con un apparato tecnico insufficiente, ma anche a Milano dove l’elemento più comune del paesaggio urbano sono le gru (metalliche).

Un mercato immobiliare bulimico, governato dai fondi immobiliari, si è accaparrato l’edificazione dei nuovi quartieri, dove pochi possono permettersi il costo degli alloggi e determina la città del futuro.


CARA MILANO

Non è stato fatto nulla di efficace per regolare il mercato degli affitti, eccitato dal turismo, dall’afflusso di studenti da tutto il mondo, dall’utilizzo della città da parte di nuovi soggetti non stanziali, disponibili a qualsiasi prezzo pur di trovare base provvisoria dentro la Milano che produce.

L’alta tensione abitativa che ne deriva sarebbe in grado di mettere in crisi qualsiasi distrazione politica, conscia o inconscia.

I dati fondamentali sono stupefacenti.

A Milano l’affitto medio mensile è di 23,6 Euro al metro quadro, il prezzo immobiliare medio di 4’650 Euro al metro quadro.

Le medie nazionali, come si sa, sono ben al disotto di queste soglie e molti sono costretti a scappare. Con l’inflazione, il prezzo della vita, la precarietà, le diseguaglianze sociali sempre più fisicamente evidenti, la città rischia di diventare un modello negativo.

Un quinto degli alloggi popolari è inutilizzato, 13’671 case popolari vuote tra Milano e provincia, non affittabili perché sotto standard e da ristrutturare: una sorta di piccola città oggi disabitata , che invece, se fosse a disposizione, potrebbe soddisfare quasi per intero il bisogno di abitazioni pubbliche.

Si parla di 5’580 case del Comune in gestione a MM (dunque il 19,8 per cento rispetto all’intero patrimonio di 28’110 alloggi di edilizia pubblica di proprietà di Palazzo Marino) e di 8’091 appartamenti dell’ALER (5’855 a Milano, con una percentuale di «sfitto» in città di poco inferiore del 15 per cento).

Le case ancora occupate abusivamente sono 3’750 (poco più di 600 MM, il resto ALER).

ALER calcola che «le modifiche introdotte con la legge di bilancio 2020 sull’IMU, introducendo la tassazione sugli alloggi sociali sfitti, hanno determinato un aggravio di oltre 7,5 milioni di Euro rispetto al già gravoso onere fiscale». Case vuote, sulle quali si pagano milioni di tasse ogni anno.

Questi dati dimostrano come la cultura del mattone qui sia stata coniugata al massimo della sua spremitura, senza ritorni utili per la massa di cittadini che ci abitano e nell’esclusivo interesse della impresa “edilizia privata”, interessata solo al mercato e per nulla al sociale.

Una questione anche culturale, oltre che politica. Insomma dieci anni nei quali non si è fatto altro che marketing politico ed il rischio è che si metta a punto un nuovo modello per il quale anche l’edilizia pubblica si tramuti in business per i privati!


IL CASO SAN SIRO

Emblematica la vicenda dello stadio di San Siro, finora con il Duomo e la torre Velasca uno dei “landmark” di Milano. Inter e Milan, accampando problemi di ammodernamento, possibili anche con un intervento di ristrutturazione, molto meno costoso, come hanno dimostrato gli ingegneri Aceti e Magistretti, vorrebbero abbatterlo per costruirne un altro poco distante, fra le proposte anche un’area verde all’interno del Parco agricolo Sud Milano.

Perché l’operazione stia in piedi economicamente, le due squadre, con i bilanci traballanti, pretendo di corredare lo stadio con un’edificazione pesante, in parte mascherata anche da edilizia convenzionata, ma vero punto cardine di tutta l’operazione finanziaria immobiliare.

Strabiliante la risposta dell’amministrazione comunale, più che cauta.

Il Consiglio comunale in un primo tempo ha votato l’interesse pubblico, senza avere ricevuto un progetto complessivo da poter valutare contrari solo pochi consiglieri, poi i contrari sono aumentati anche sull’onda della protesta pubblica.

Solo la giunta è rimasta silente e il sindaco si è limitato a registrare quello che vogliono le squadre. Che si permettono di minacciare di andarsene altrove.

Dov’è l’idea di città che fieramente partecipa alla rete delle C40? La “rete globale di sindaci che intraprendono azioni urgenti per affrontare la crisi climatica e creare un futuro in cui tutti possano prosperare”.


CASA E TRANSIZIONE ECOLOGICA

Quali case si costruiscono, con che materiali, con quale attenzione alla sostenibilità ambientale, quale rispetto per il consumo di suolo, per gli spazi condivisi per un verde reale e non da rendering, pochi se lo sono domandato, troppo in là, per ora.

Ma non è sicuramente un tema secondario nella magnificata transizione ecologica.  

Mettere in cantiere ed operare veramente su tutti questi temi (e le rispettive soluzioni) sembrerebbe essere il compito di una giunta che non pare tutta all’altezza del bisogno urgente: tutti bravi a relazionare, pochi riscontri, da un anno e mezzo a questa parte.

E, forse, oltre che una presa di consapevolezza dell’enorme peso che ha sulle spalle, il Sindaco, sindaco anche della Città Metropolitana, dovrebbe guardarsi intorno per un cambio di passo sostanziale.

Milano non sta andando bene, bisogna che Sala se ne accorga.

Bravo sui diritti civili, lento, diciamo così, su tutto il resto.

Maran corre: ci faccia vedere dove vuole arrivare concretamente. O stiamo preparando il terreno per allineare il governo della regione con il futuro governo della città?